Critica

L’altra anima della natura

di Paolo Levi

 

Per decodificare con la dovuta correttezza l’espressività allusiva quanto poetica di Drago Cerchiari, è necessario dedicare una breve premessa a questo suo modo di suggestivo di esprimere l’altra anima della natura, che egli riesce a riportare in un incanto avvicinabile all’astrazione lirica, tramite un gioco di talento cromatico fatto di toni e contorni seducenti.

Forse non è il caso di lasciarci fuorviare dai titoli delle sue composizioni, anche se certamente rappresentano la causa prima e ispiratrice dei suoi lavori, che hanno la dote di essere vivi e quindi tutt’altro che metafisici. Drago Cerchiari d’altronde non è pittore d’area verista, tutt’al più è collegabile a quella francese dei Nabis, che ha avuto in Bonnard il massimo esponente della ricerca fauve.

Nel suo caso, comunque, non è limitante donargli la giusta collocazione in ambito storico, in quanto, tramite i suoi lavori, viene alla ribalta una figura curiosa di artista che ben conosce l’arte europea del secolo scorso, e la necessità di liberarsi completamente da ogni scoria romantica estetizzante. Nella sua ben articolata ricerca egli è figlio di quel Novecento artistico e rivoluzionario che tra le due guerre ha indagato, al di là degli schemi tradizionali, il rapporto tra arte e sogno, attingendo soprattutto agli studi sull’inconscio inaugurati da Freud e da Jung.

Per aderire appieno al modo di raffigurare o, meglio, di trasfigurare la natura boschiva in chiave cromatica, si deve comprendere quanto egli sia è un continuatore tutt’altro che pedestre, in quanto messaggero innovatore di una visione immanente e carica di avvertimenti. I suoi boschi canadesi incendiati che si riflettono in un lago, sono figli di una magica rivisitazione onirica, dove Drago Cerchiari, da gran prestigiatore del colore qual è, mette in scena una natura non più paradisiaca, ma neppure infera, data la spettacolarità luminosa dell’evento, pur catastrofico, che egli pone al centro della sua narrazione visiva.

Giocando di prestigio con la sua tavolozza, egli ci avverte della sua necessità di addivenire alla percezione di un altrove, che riesce a sedurre l’osservatore attento, rendendolo partecipe di una metamorfosi non tanto naturale, quanto concettuale, ma comunque inaspettata e inquietante. Anche mettere in scena un bosco blu ha un suo senso, giocando sull’idea di una mutazione, o di un’alienità possibile, dove fra l’artista, l’opera e chi guarda si stabilisce una sorta di complicità, e la condivisione di un mistero.

In realtà, non è facile rapportarsi nell’immediato con questi lavori, dove la figurazione è sempre comunque allusa in un’espressività astratta quanto mai delicata, dove l’artista gioca di contrappunto tra luci percettibili e ombre notturne. Tutto si può scrivere di queste ricerche, meno che esse siano casuali o arbitrarie, poiché questo modo di posizionare i colori e le fenditure segniche appare preordinato da una ragione compositiva meditata. Drago Cerchiari possiede una tecnica gestuale, che ben sa usufruire del colore quando lo deve apporre sullo spazio pittorico, dove forme informi agiscono sulle profondità e sui primi piani, e dove tutto evoca un’espressività poetica coniugata con una profonda sensibilità. L’artista punta dunque agli scopi della sua enunciazione con la chiarezza di un’emozione controllata, rifiutando l’esercizio immotivato di una memoria onirica da riferire come espressione soggettiva, privilegiando piuttosto l’acquisizione, dipinto dopo dipinto, di una crescita spirituale fatta di rivelazioni e di stupori.

Se egli non possedesse, nel proprio bagaglio culturale, l’esperienza fauve, i risultati del suo lavoro sarebbero ben diversi, o addirittura gratuiti dal punto di vista contenutistico. Qui invece abbiamo la predominanza consapevole del colore che diviene azione e movimento per evocare, tramite un’espressività liberatoria, una realtà oggettiva, trasmissibile attraverso un alfabeto segnico teso e conciso, capace di comporsi in armonici fraseggi musicali.

Sapiente erede di un colorismo vibratile, Cerchiari riporta l’energia della natura nella sua funzione di caos primigenio, da leggere quindi, non come disordine incontrollato, ma come potenzialità creativa. E se la natura contiene il presagio di ogni possibile germinazione, questa pittura ce lo rivela nella figurazione che filtra attraverso la trama dell’astrazione segnica, e quindi nel dialogo armonioso, per certi versi inquietante, che si intreccia tra la forma riconoscibile e la traccia sinuosa del colore.

 

Paolo Levi